Franco Gidoni
«La peculiarità della democrazia non risiede solo nel fatto di aver introdotto nuove parole, ma anche le nuove idee che tali parole esprimono» (Alexis de Tocqueville)

Alpini: intervento in aula su progetto di legge

Pubblicato in Comunicati Stampa  da francogidoni il March 16th, 2011

Signor Presidente, onorevoli colleghi, a dire il vero avevo pensato di portare qui con me oggi quel cappello di alpino che mi fu consegnato nel lontano luglio del 1980 all’atto del mio incorporamento nella brigata alpina «Cadore» e che da allora mi accompagna a raduni e cerimonie. Quel cappello alpino che non è solo un simbolo, ma è anche elemento unificante di centinaia di migliaia di alpini che si riconoscono nella parola «solidarietà».
Veniamo al provvedimento al nostro esame che reca alcune misure destinate ad incentivare un più equilibrato reclutamento dei nostri ragazzi nel Corpo degli alpini allo scopo di preservarne, per quanto possibile, il radicamento territoriale posto in crisi dalla sospensione della coscrizione obbligatoria in tempo di pace.
Questo provvedimento nasce dall’iniziativa dei deputati del gruppo della Lega Nord, inizialmente osteggiata, ma che ha poi trovato convergenze nelle file della maggioranza ed infine anche in parte dell’opposizione. Il testo attuale rappresenta quindi l’esito di una mediazione tra le diverse sensibilità che sono emerse nel percorso compiuto in Commissione.
Mi piace ricordare che il corpo degli alpini costituisce una delle più apprezzate specialità delle nostre Forze armate, di cui sono universalmente riconosciuti il coraggio e lo spirito di sacrificio.
Non voglio certo partire da così lontano citando le legioni alpine dell’antica Roma fondate dall’imperatore Augusto e mi limito a dire che gli alpini formatisi nel 1872 sono il più antico corpo di fanteria da montagna attivo del mondo.
Originariamente il corpo fu creato per proteggere i confini montani settentrionali dell’Italia con Francia e Austria. Nel 1888 gli alpini furono inviati alla loro prima missione all’estero, in Africa, continente nel quale sono tornati più volte nella loro storia per combattere le guerre coloniali del regno d’Italia. Essi si sono distinti durante la prima guerra mondiale quando furono impiegati nei combattimenti al confine nord-est con l’Austria-Ungheria dove, per tre anni, dovettero confrontarsi con le truppe da montagna austriache e tedesche, rispettivamente i Kaiserjaeger e gli Alpen Korp, in quella che da allora è diventata nota come la guerra in alta quota. Durante la seconda guerra mondiale gli alpini combatterono a fianco delle forze dell’asse, principalmente sul fronte orientale, nei Balcani, con il tragico ricordo della campagna di Russia, signor Presidente, dei romanzi «Centomila gavette di ghiaccio» piuttosto che «Il sergente nella neve». Oggi gli alpini sono costantemente impegnati in Afghanistan.
È universalmente riconosciuto, dunque, che uno dei punti di forza degli alpini è proprio il carattere regionale e il radicamento territoriale delle unità dipendenti dai reparti delle truppe alpine. Ciascuna brigata è motivo di orgoglio per il suo territorio, ne rappresenta un pezzo di identità; vi sono legami secolari tra le truppe e il retroterra sociale di cui sono tradizionalmente espressione e ne è testimonianza l’occasione dei raduni dell’associazione nazionale alpini che vede la sentita Pag. 3partecipazione delle popolazioni locali. Per chi di voi ne avesse voglia e volesse vivere un’esperienza diretta vi invito a venire a Torino in occasione della prossima adunata nazionale, non per salutare dal palco chi per dodici ore sfilerà nella giornata di domenica, ma per immergervi, nelle giornate precedenti, nel clima di una irripetibile e coinvolgente festa alpina.
Purtroppo però, quegli elementi caratterizzanti che fanno degli alpini un corpo così unico stanno venendo meno. Il numero di coloro che provengono dalle regioni che da sempre animano le storie delle brigate degli alpini è in rapida e inesorabile diminuzione. Si sta progressivamente attenuando la connotazione territoriale e il radicamento culturale con le comunità locali che è sempre stato il punto più qualificante del corpo. Secondo i dati riportati dalla stampa e variamente declinabili, il Piemonte darebbe alle forze terrestri soltanto il 2 per cento degli effettivi, la Lombardia l’1,8 per cento, il Veneto l’1,6 per cento, il Trentino lo 0,4 per cento e la Valle d’Aosta lo 0,1 per cento. Persino un reparto come l’8o reggimento della brigata alpina Jiulia avrebbe organici composti al 68 per cento da volontari provenienti dalle regioni meridionali. Complessivamente, come riportato dal quotidiano La Stampa di qualche giorno fa, anche nei reparti alpini il personale proveniente dalle regioni settentrionali si attesta intorno al 9 per cento. È quindi facile prevedere, a medio e a lungo termine, l’esaurimento degli alpini come comunità territoriale con un conseguente impoverimento delle regioni dove più forte è stato, storicamente, il loro radicamento. Sia chiaro, non si intende, con questa iniziativa, mettere in dubbio il principio secondo cui chi si è arruolato negli alpini, da qualunque zona del Paese provenga, indossi il cappello con la penna con dignità, onore e purtroppo, in sempre più frequenti occasioni, anche sacrificando la propria vita. Voglio qui ricordare Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville, Marco Pedone, giovani penne, spezzate, il 9 ottobre scorso, in Afghanistan unitamente a Matteo Miotto il successivo 31 dicembre, tutti appartenenti al 7o reggimento alpini della mia città, Belluno; e pochi giorni fa, il capitano Massimo Ranzani dell’8o reggimento alpini.
Tuttavia, se non si cercherà di porre un rimedio, rischia di venir meno quel valore aggiunto che è costituito proprio dal forte legame identitario che contraddistingue gli alpini anche come comunità che opera, dopo la cessazione del periodo prestato al servizio delle Forze armate, svolgendo, ad esempio, importanti funzioni in concorso all’espletamento delle attività della Protezione civile. Ricordo che questa problematica non è nuova; nel 2004, con il passaggio dalla leva al reclutamento professionale, per ovviare al declino degli arruolamenti nelle regioni dell’arco alpino, si introdussero, con l’articolo 9 della legge n. 226 del 2004, disposizioni volte ad incentivare il reclutamento dei giovani. La risposta però è stata deludente, da qui l’idea che muove l’intera proposta di legge in esame, ossia quella di cercare di invertire il trend che vede le truppe alpine progressivamente snaturalizzarsi, introducendo un regime rafforzato e mirato ad incentivi.
Veniamo ora ai contenuti salienti dell’articolato. Ricordo che esso costituisce il testo unificato di due proposte di legge a prima firma del presidente Caparini e Cirielli, in cui sono stati recepiti, pressoché totalmente, i rilievi espressi nei pareri delle Commissioni di merito. Vi è ancora un’ultima condizione posta dalla Commissione Bilancio che auspico venga accolta dalla Commissione Difesa in sede di emendamenti.
In sintesi, il testo si compone di quattro articoli. Il nucleo della proposta è certamente la lettera a) dell’articolo 1, che integra l’articolo 103 del codice dell’ordinamento militare in più punti. In primo luogo, al capoverso 4-bis, si dà la facoltà alle regioni e agli enti locali interessati di prevedere particolari benefici fiscali e assistenziali per coloro che, tra i volontari in forma prefissata di un anno e in rafferma, prestano servizio nei territori da sempre interessati al reclutamento alpino e sono ivi residenti. In questo modo è rinviata all’autonomia Pag. 4delle singole regioni e degli enti locali l’individuazione dei più opportuni incentivi di carattere fiscale o assistenziale per favorire il reclutamento degli alpini e nel contempo se ne favorisce il radicamento territoriale. Ai predetti volontari le regioni e gli enti locali possono riconoscere riserve di posti nei concorsi banditi in relazione a impieghi concernenti attività di sicurezza e protezione civile.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, sottolineo «possono» perché in questi giorni ho letto dichiarazioni non proprio in linea con il testo proposto, in cui il «possono» è diventato «devono», travisando di fatto il senso del provvedimento, introducendo un’obbligatorietà che di fatto non c’è. In secondo luogo, al capoverso 4-ter, si riconosce come titolo preferenziale per l’arruolamento dei volontari in ferma prefissata annuale, il possesso dei brevetti di sci alpinismo, sci e soccorso in montagna o di altri brevetti, attestati e abilitazioni in settori collegati alle attività dei reparti delle truppe alpine, nonché l’adesione a organizzazioni di volontariato riconosciute dagli apposti registri regionali.
I successivi capoversi 4-quater e 4-quinquies prevedono che sia istituito un vero e proprio brevetto militare alpino, qualificato come titolo di preferenza nei concorsi per i volontari in ferma prefissata quadriennale e per i volontari in servizio permanente. Il capoverso 4-sexies dispone che, alla cessazione del loro servizio, i volontari delle regioni appenniniche e dell’arco alpino possono entrare, previa domanda, a far parte di un’apposita riserva, costituita su base volontaria e gestita dall’associazione nazionale alpini, mobilitabile in caso di calamità naturale, a disposizione delle autorità nazionali, regionali, provinciali e comunali eventualmente colpite dal disastro. L’appartenenza alla predetta riserva cessa al compimento del quarantesimo anno di età.
La lettera b) dell’articolo 1 integra l’articolo 978 del codice dell’ordinamento militare, rafforzando la già prevista assegnazione privilegiata dei giovani nelle località più vicine a quelle di residenza, circostanza che si combina con l’attuale norma secondo cui ogni regione dell’arco alpino ha sul proprio territorio almeno un reparto. Qualora gli aspiranti siano di numero inferiore all’organico è assicurata comunque la priorità a coloro i quali hanno comunque presentato domanda di impiego per tali reparti, anche se non residenti. L’articolo 2 coinvolge l’associazione nazionale alpini nell’attività di promozione del reclutamento delle truppe alpine nelle regioni di tradizionale provenienza, che ricordo essere: la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, il Triveneto, l’Appennino tosco-emiliano, l’Abruzzo e la provincia di Isernia.
Anche in ragione di tale nuovo compito l’articolo 3 destina all’ANA la dotazione di un apposito fondo di consistenza pari a 200 mila euro annui. L’articolo 4, infine, reca la clausola di invarianza finanziaria.
Signor Presidente, concludo dicendo che vorremmo che agli alpini quali Giulio Bedeschi, Ardito Desio, Cesare Battisti, don Carlo Gnocchi, Mario Rigoni Stern, Gino Bramieri, Sergio Chiamparino, Carlo Emilio Gadda, Luciano Ligabue, Franco Marini, Giuseppe Prisco, Bruno Pizzul, Cino Tortorella, Giuseppe Lazzati e tanti tanti altri che qui non cito potessero essere aggiunti in futuro i nomi dei nostri giovani che oggi intendono servire questo Paese nelle divisioni alpine.

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